OGGI VOGLIO STARE SPENTO | da ‘La Civetta’, Anno XVII, n. 4, Agosto/Settembre 2012

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Vasco RossiUna riflessione di S.P.I.A. a margine di disagio e malattia, scaturita dall’annuncio in reta del rocker Vasco Rossi

Vasco Rossi alla soglia dei sessant’anni, dopo una carriera trentennale, affida a Facebook la comunicazione del suo disagio. Pochi giorni fa si è definito un “social rocker”, un “provocautore”, infatti, nei videoclip che manda in rete, parla della sua malattia ed esprime pensieri in libertà su temi cosiddetti sensibili facendo arrabbiare tutti, oncologi, scrittori e politici.

Giunge alla notorietà presentando, con indubbia competenza musicale, testi di canzoni che descrivono sensazioni del privato quotidiano, atmosfere senza trama, riconoscibili in ogni vita. Questo è forse uno dei motivi del suo successo presso un pubblico molto vasto di varia età e tipologia. I testi di Vasco non raccontano la storia di una vita o l’ideale di una società, raccontano episodi che appartengono a tante vite, quelle speciali e quelle normali. Sono tanti piccoli cammeo dentro i nostri soggiorni, dentro i nostri letti o in giro per i bar che frequentiamo.

Un tratto caratteristico del personaggio, fin dagli esordi della sua carriera, è sicuramente la capacità di intercettare temi ed emozioni, che trasferisce in lavori di forte impatto musicale. L’altro aspetto interessante è l’abilità innovativa nell’uso dei media attraverso cui comunica con il suo pubblico: fonda una delle prime radio libere negli anni ‘70, è il primo in Italia a mettere un suo video in rete negli anni ‘90, oggi trasforma la platealità virtuale, ma oceanica, di Facebook in uno spazio intimo di condivisione di una sofferenza, come in una relazione a due moltiplicata migliaia di volte, ed è subito copiato da altre star italiane.

Lo stile comunicativo è molto attuale, short come gli sms ci hanno abituati, con un linguaggio emotivo ed impressionistico. Espressioni gergali, parole semplici pronunciate con un forte accento emiliano che le rende familiari, cercano la vicinanza in chi ascolta. Vasco Rossi si espone al giudizio di un pubblico non catturato dall’emotività creata dalla sua musica, dalla parte “forte” e competente di star, ma avvicinato con l’offerta impietosa della propria fragilità: “chi-mi-ca..pisce è bravo”, calembour con cui non esita a confessare la sua necessità di cure psicofarmacologiche per restare vivo.

Da osservatrici di fenomeni psicologici questo nuovo modo di mostrarsi ci è parso interessante. Nella nostra epoca vige la cultura della spettacolarità e una sorta di demagogia della trasparenza e del dialogo: non c’è più un “dentro” e un “fuori” e la spudoratezza, viene pervertita in sincerità. Questa è la pseudo – verità che ci inganna e fa apparire una liberazione psicologica da scrupoli moralistici proprio la spettacolarizzazione che, in realtà, annulla l’identità e la dignità della persona. Così Vasco Rossi, per restare icona rocker, con l’uso abile ed innovativo dei media, veicola contenuti non musicali in un momento in cui la salute gli impedisce la tournée. Si trova a esporre la propria fragilità, la stanza d’ospedale in cui è ricoverato, a infrangere spudoratamente la barriera dell’intimità. Nei recenti videoclip mostra il backstage delle emozioni grezze che potrebbero diventare una canzone, se potesse ritrovare lo spazio mentale – la salute – per lavorarle, affinarle, armonizzarle, come in “Vivere”, bellissima canzone di cui abbiamo rubato un verso per il nostro titolo. Ci pare questo il tributo che Vasco Rossi è costretto a pagare al narcisismo della società di cui, lui e tutti noi, facciamo parte.

Il suo personaggio e la sua vicenda, che conosciamo attraverso i media, ci hanno offerto lo spunto per qualche riflessione, forse un po’cinica, sulla nostra contemporaneità. Non ce ne voglia Vasco Rossi, a cui va tutta la nostra simpatia e i nostri auguri. Anzi, nei panni di vecchie fans gli indirizziamo questa lettera:

Vedi Vasco, mi sono chiesta se non avessi superato il limite del pudore, sconfinando in una esposizione della tua sofferenza finalizzata al marketing, quando nel tristissimo video di ‘’eh già…sono ancora qua’’ ti sei presentato con la polo da pensionato alla bocciofila, con il colletto mal messo stropicciato sotto la giacchetta. È impossibile che nessuno vicino a te l’abbia visto, e allora perché superare il limite del decoro? Essere presenti alla propria sofferenza comporta dignità, al contrario della legge del mercato che la calpesta. Caro Vasco, non mi sento bene a dire queste cose, ho paura di essere presa per moralista, ma mi sono venute in mente quelle mattine che, aperti gli occhi, speri che sia subito sera per tornare a dormire, quelle mattine che non ti senti la forza di attraversare la tua giornata; però fai la fatica, gesto dopo gesto, di farlo. Non è necessario sentirsi pagliacci (a proposito, ti ricordi “…vesti la giubba la faccia infarina..” cantata da Canio ne I PAGLIACCI  di Leoncavallo?)  ma non è necessario nemmeno esibire l’angoscia, basta quella che si vede dai lineamenti tirati, gli occhi tristi, gli impegni annullati. Certo, ti do atto di essere coraggioso, hai scelto di gestire questo momento così difficile della tua carriera dando in pasto qualcosa di te a chi ha fame dei tuoi concerti, e lo hai fatto con abilità. Forse è meglio così piuttosto che scomparire per mesi in una clinica sconosciuta, nascondersi dietro comunicati stampa laconici, e preparare un grande rientro.

Vasco, Vasco, però bisogna che tu te ne faccia una ragione, non si è ragazzi per sempre. La potenza e l’energia che ti ha permesso di oltrepassare i limiti di cui sei stato così insofferente, e che ha fatto sognare noi fans di poter volare al di là, insieme a te, nasceva dalla forza del ragazzo che eri, e quella è una forza umana, che non può durare per sempre. Pensare di rinnovarla all’infinito spinge verso un’ansia di mantenersi uguali, che non può che sconfinare nell’onnipotenza, non può che scatenarsi contro se stessi. Vasco, ti è mica successa una cosa del genere? Ti prego mollaci, diventare grandi ha un suo perché, tu che sei stato grande da ragazzo, impara a fare i conti con i limiti e gli acciacchi e rimani grande anche da grande.

di Nella Mazzoni e Silvia Taliente | S.P.I.A. Sentieri di Psicologia Integrata e Applicata

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Nella Mazzoni, psicologa psicoterapeuta da trent’anni non ha ancora perso la voglia di cimentarsi con la professione e di esplorare l’universo ‘PSI’ nelle sue diverse sfaccettature. Oltre che di psicologia clinica si è occupata di etica professionale. È presidente di S.P.I.A.

Silvia Taliente, psicologa psicoterapeuta da trent’anni, torinese, vive e lavora in Liguria dove è arrivata molto tempo fa per inseguire la sua passione per la vela. Con curiosità e laicità si occupa di vari ambiti della psicologia e delle sue applicazioni. È uno dei soci fondatori di S.P.I.A.

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